9 Gennaio 2012
I più recenti interventi del Legislatore in ambito tributario sono volti a deflazionare il contenzioso, contenendo sia il numero delle controversie, sia tempi e costi della loro definizione. Tra i vari strumenti attraverso i quali questo obiettivo è stato perseguito si annovera anche una sempre più intensa “deprocessualizzazione” nella risoluzione delle liti.
Con la Manovra bis (d.l. 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, nella l. 15 luglio 2011, recante “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”) sono stati introdotti due istituti – il reclamo e la mediazione – mediante i quali è stata promossa la definizione concordata della lite nella fase anteriore alla instaurazione del processo. Si realizza un vero e proprio un accordo tra le parti avverse guidato da un soggetto – il mediatore – che dovrebbe atteggiarsi come organo terzo e imparziale, agevolatore della composizione amichevole della controversia attraverso la fissazione delle domande in forma solenne e formale e la pronuncia di una decisione autoritativa e obbligatoria, in sostituzione del giudice. Tale caratteristica, in realtà, non sembra ricorrere appieno nella mediazione tributaria.
Gli istituti presentano anche altri profili critici (collegati, ad esempio, alla sovrapposizione del reclamo al ricorso, così come derivanti dalla mancanza di coordinamento con la disciplina dell’accertamento con adesione e con quella della riscossione coattiva), tali da far dubitare che questa normativa sia rispettosa della Costituzione, con particolare riguardo al diritto di difesa del contribuente.
Da più parti è stata avanzata un’accusa ulteriore, vale a dire che le nuove norme siano state introdotte al solo scopo di giustificare l’ennesimo condono, nascosto nelle pieghe della chiusura delle liti pendenti, connessa alla procedura de qua.
La valutazione negativa è aggravata dal parallelo con il tentativo di conciliazione nelle controversie individuali di lavoro ex art. 410 c.p.c.: questo istituto, introdotto come obbligatorio nel 1998 e trasformato in facoltativo nel 2010, si è rivelato in un rituale sterile, una mera formalità da espletare per adire il giudice (costituendo condizione di procedibilità della domanda ex art. 412 bis c.p.c.), con scarso successo in termini di contenimento del numero dei processi.
Il nuovo art. 17 bis, d.lgs. n. 546 del 1992
La Manovra bis ha introdotto gli istituti del reclamo e della mediazione nella materia tributaria.
L’art. 39, comma 9, d.l. n. 98 del 2011 ha inserito nel d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (decreto in cui è regolato il processo tributario) l’art. 17 bis, che, sotto la rubrica “Il reclamo e la mediazione”, disciplina una speciale procedura articolata in due momenti:
- la prima fase – necessaria – di carattere amministrativo si svolge dinanzi all’Agenzia delle Entrate;
- la seconda fase – eventuale – di tipo processuale ha luogo, senza soluzione di continuità, dinanzi alla competente Commissione Tributaria Provinciale, nel caso in cui non intervenga un provvedimento risolutivo della controversia.
Il reclamo
Questa dicotomia della procedura si riverbera sul reclamo, che, al contempo:
- è l’atto introduttivo della fase amministrativa di riesame dell’atto impositivo;
- deve riprodurre gli stessi requisiti di contenuto e di forma propri del ricorso in sede giurisdizionale.
Trovano applicazione le disposizioni di cui agli artt. 12, 18, 19, 20, 21 e 22, comma 4, d.lgs. n. 546 del 1992, in quanto compatibili (art. 17 bis, comma 6, d.lgs. n. 546 del 1992). Pertanto:
- per proporre reclamo contro atti di valore superiore a 2.582, 28 euro, il contribuente deve essere assistito da un difensore abilitato ex art. 12, d.lgs. n. 546 del 1992;
- il reclamo deve contenere gli elementi elencati nell’art. 18, d.lgs. n. 546 del 1992;
- possono essere oggetto di reclamo soltanto gli atti impugnabili indicati dall’art. 19, d.lgs. n. 546 del 1992;
- il reclamo deve essere notificato secondo le modalità previste dall’art. 16, d.lgs. n. 546 del 1992 (art. 20, d.lgs. n. 546 del 1992);
- il termine per la proposizione del reclamo è di 60 giorni dalla notifica dell’atto impositivo ex art. 21, d.lgs. n. 546 del 1992;
- il reclamo deve essere depositato presso l’ufficio che ha emesso l’atto impositivo secondo le modalità indicate dall’art. 22, d.lgs. n. 546 del 1992.
Già alla luce di queste norme emergono i primi profili di criticità della neonata mediazione tributaria: ad esempio, la piena sovrapposizione tra reclamo e ricorso potrebbe compromettere il diritto di difesa del contribuente, cui è imposto di anticipare alla fase amministrativa tutte le doglianze relative all’atto impositivo, così svelando a controparte la strategia difensiva che ha intenzione di sviluppare nel processo.
Le controversie interessate
La procedura deve essere espletata obbligatoriamente per le controversie di valore non superiore a 20.000 euro (art. 17 bis, comma 1, d.lgs. n. 546 del 1992).
Secondo le disposizioni di cui all’art. 12, comma 5, d.lgs. n. 546 del 1992 (cui rinvia l’art. 17 bis, comma 3, d.lgs. n. 546 del 1992), il valore della controversia è dato dall’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato; in caso di controversie relative esclusivamente alle irrogazioni di sanzioni, il valore è costituito dalla somma di queste.
Sono escluse le controversie che si riferiscono al recupero degli aiuti di stato (art. 17 bis, comma 4, d.lgs. n. 546 del 1992).
Le liti concernono gli atti emessi dall’Agenzia delle Entrate (art. 17 bis, comma 1, d.lgs. n. 546 del 1992), notificati a decorrere dal 1° aprile 2012 (questo termine è individuato dall’art. 39, comma 11, d.l. n. 98 del 2011).
L’avvio della procedura in sede amministrativa
La procedura viene avviata dal contribuente che intenda proporre ricorso dinanzi giudice tributario.
Prima di adire la Commissione Tributaria Provinciale competente, il contribuente deve presentare reclamo (art. 17 bis, comma 1, d.lgs. n. 546 del 1992) alla Direzione provinciale o alla Direzione regionale che ha emanato l’atto, le quali provvedono attraverso apposite strutture, diverse ed autonome da quelle che curano l’istruttoria degli atti reclamabili (art. 17 bis, comma 5, d.lgs. n. 546 del 1992).
Le funzioni di mediatore non sono quindi svolte da un soggetto terzo ed imparziale, ma un altro ufficio della stessa Agenzia delle Entrate che è parte litigiosa. Questa scelta non è pienamente condivisibile: il mediatore dovrebbe infatti essere un soggetto estraneo sia alle parti in conflitto, sia agli interessi in gioco. È ben vero che il Legislatore ha stabilito che le articolazioni cui è demandata la mediazione devono essere “diverse ed autonome” rispetto a quelle che hanno confezionato l’atto impositivo, con piena libertà di valutare le determinazioni dell’ufficio procedente, e che l’Agenzia delle Entrate è deputata alla cura del pubblico interesse, ma ciò non sembra rappresentare una garanzia sufficiente ad attribuire all’organo che cura la mediazione i caratteri di terzietà ed imparzialità.
La proposta di mediazione
Il reclamo apre la strada al tentativo di definizione concordata della controversia, vale a dire alla mediazione.
Il contribuente ha la facoltà di formulare con il reclamo una “una motivata proposta di mediazione, completa della rideterminazione dell’ammontare della pretesa” (art. 17 bis, comma 7, d.lgs. n. 546 del 1992), cristallizzata nell’atto impositivo e comprensiva di tributo, sanzioni ed interessi.
Si aprono allora due strade:
- la procedura può arrestarsi già a questo passaggio con un provvedimento di accoglimento del reclamo.
- nell’opposta ipotesi in cui ritenga di rigettare la richiesta di annullamento (totale o parziale) dell’atto impositivo, avanzata dal contribuente nel reclamo, ovvero l’eventuale proposta di mediazione, anch’essa formulata dal contribuente nel reclamo, l’Agenzia delle Entrate ha l’obbligo di formulare d’ufficio una proposta di mediazione.
La proposta di mediazione dell’Agenzia delle Entrate deve essere enunciata nel rispetto di alcuni criteri di carattere generale individuati dallo stesso Legislatore (art. 17 bis, comma 8, d.lgs. n. 546 del 1992), vale a dire:
- l’eventuale incertezza delle questioni controverse;
- il grado di sostenibilità della pretesa;
- il principio di economicità dell’azione amministrativa.
In sintesi, gli esiti della fase amministrativa della procedura, tra loro alternativi, sono tre:
- è accolto il reclamo;
- è accolta la proposta di mediazione eventualmente formulata dal contribuente con il reclamo;
- l’Agenzia delle Entrate deve formulare una propria proposta di mediazione.
La conciliazione giudiziale
Nelle controversie in esame è esclusa la conciliazione giudiziale (art. 17 bis, comma 1, d.lgs. n. 546 del 1992).
Ciononostante, per la fase amministrativa sono richiamate le disposizioni dell’art. 48, d.lgs. n. 546 del 1992, da applicare in quanto compatibili (art. 17 bis, comma 8, d.lgs. n. 546 del 1992).
La responsabilità del mediatore
Con riguardo alle valutazioni di diritto e di fatto operate ai fini della definizione del contesto mediante gli istituti deflattivi, la responsabilità dei rappresentanti dell’ente che concludono la mediazione o accolgono il reclamo è limitata alle ipotesi di dolo (così dispone l’art. 29, comma 7, d.l. 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla l. 30 luglio 2010, n. 122, richiamato dall’art. 39, comma 10, d.l. n. 98 del 2011).
Il passaggio alla fase giurisdizionale
Decorsi novanta giorni senza che sia stato notificato l’accoglimento del reclamo o senza che sia stata conclusa la mediazione, il reclamo produce gli effetti del ricorso (art. 17 bis, comma 9, d.lgs. n. 546 del 1992).
I termini per la costituzione in giudizio del ricorrente e della parte resistente (ex artt. 22 e 23, d.lgs. n. 546 del 1992) decorrono (art. 17 bis, comma 9, d.lgs. n. 546 del 1992):
- dal compimento del novantesimo giorno, se non è stato notificato l’accoglimento del reclamo ovvero se non è stata conclusa la mediazione;
- dal ricevimento del diniego, se l’Agenzia delle Entrate respinge il reclamo in data antecedente;
- dalla notificazione dell’atto di accoglimento parziale del reclamo.
La presentazione del reclamo è condizione di ammissibilità del ricorso giurisdizionale; l’inammissibilità è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio (art. 17 bis, comma 2, d.lgs. n. 546 del 1992). Qualora l’atto impositivo sia tempestivamente impugnato senza che sia stato previamente presentato il reclamo, viene rilevata l’inammissibilità del ricorso e al contribuente non resta che tentare la strada dell’autotutela.
Le spese di giudizio
Nei procedimenti avviati con il reclamo, la condanna alle spese del successivo giudizio è disciplinata in maniera tale da costituire in un vero e proprio deterrente (art. 17 bis, comma 10, d.lgs. n. 546 del 1992):
- la parte soccombente in giudizio – sia essa il contribuente o l’Agenzia delle Entrate – è condannata a versare a controparte una somma aggiuntiva pari al 50% delle spese di giudizio, a titolo di rimborso delle spese del procedimento di reclamo.
- fuori dei casi di soccombenza reciproca, la Commissione Tributaria può compensare parzialmente o per intero le spese tra le parti solo se ricorrono giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, che abbiano indotto la parte soccombente a disattendere la proposta di mediazione.
(Leda Rita Corrado, La Stampa)
Paolo Briziobello
19 Dicembre 2011
Stasera alle ore 21,30 Paolo Briziobello sarà ospite della trasmissione TV "BOOMERANG" in onda su TELESTUDIO alle ore 21,30.
Il tema della serata sarà la Manovra Monti, in particolare riguardo alla domanda: "DOVE STIAMO ANDANDO?".
Tra gli altri ospiti in studio:
Paolo Turati, economista;
Davide Cavallotto, parlamentare Lega;
Federica Scanderebech, consigliere comunale Torino FLI;
Giorgio Merlo, parlamentare PD.
Conduce Patrizio Brusasco.
La redazione
5 Dicembre 2011
Chi mi conosce ed ha avuto modo di sentirmi parlare, ha letto qualcosa di ciò che ho scritto o che ho detto in occasione di incontri pubblici o anche solo nell’ambito di conversazioni informali tra amici o conoscenti, sa che sono da sempre fermamente convinto della profonda differenza che il mondo accademico rappresenta rispetto alla vita reale: la teoria è fondamentale, molto spesso aiuta a rendere elastica la mente, certo la tiene allenata. Ma da sola non basta a gestire le beghe quotidiane piccole e grandi che siano.
Che col passare del tempo e la complessità dei rapporti, a tutti i livelli, si è caratterizzata per una forbice sempre più marcata: la distanza dalla realtà.
Nella conferenza stampa di esposizione del decreto legge varato dal Governo, questa differenza tra teoria e pratica - che da oggettiva si traduce in soggettiva al cospetto della composizione dell'esecutivo Monti - si è affacciata inesorabile ai nostri occhi.
Ed aveva il volto e la voce, o quel che ne rimaneva, di uno dei due ministri che col premier hanno il compito più arduo di questo Governo: il ministro Elsa Fornero, docente e persona stimabilissima, di cultura e capacità eccelse, che stimo profondamente da quando, quasi 20 anni fa, ci accomunò la magnifica esperienza delle elezioni amministrative di Torino con “Alleanza per Torino”, primo embrione di quella compartecipazione alla cosa pubblica tra società civile e politica, poi evolutosi in mille forme col passare degli anni fino ai giorni nostri.
Ma che ha compreso, penso per la prima volta realmente, cosa differenzi discettare in un’aula universitaria o in contesti associazionistico-culturali rispetto al fatto di applicare alla quotidianità tali dissertazioni attraverso atti formali: atti di Governo.
A Lei Professoressa Fornero, la mia stima ed ammirazione per quella umanità così carica di significato che non ha saputo, e meno male, reprimere e che l’hanno resa ancora più forte agli occhi dei tanti che la stavamo guardando ed ascoltando.
Il Decreto Salva Italia, come lo ha chiamato il Premier, è un documento assai complesso e strutturato.
Che a parer mio riflette fin dalla prima lettura lo spirito di questo Governo: di tutti e di nessuno e che quindi, per non far torti o attribuire meriti, colpisce prevalentemente i soliti noti.
Forse piacerà ai mercati, e se così fosse mi preoccuperei moltissimo in prospettiva, ma salasserà quel ceto medio e medio-basso costituito da dipendenti e piccole e medie imprese o autonomi che, invece, da solo garantisce la maggiore portata di gettito all’erario: e che andrebbe un po’ meglio tutelata anziché spremuta.
Non ho certo la pretesa di entrare in dettaglio su ogni tema, anche perché sarebbe impossibile visto che mancano ancora molte puntualizzazioni sugli argomenti posti, alcuni dei quali fondamentali per leggere il vero senso delle proposte formulate.
Ma su alcune questioni di fondo occorre riflettere e da subito.
Per cosa c’è e per cosa manca.
Vediamo alcuni aspetti che ci sono e le prime sintetiche riflessioni in proposito.
BENI IMMOBILI.
Chi era martedì scorso alla prima assemblea pubblica di Officine Democratiche Italia, a Firenze, mi ha sentito parlare di tale aspetto legato alla manovra: ancora si ipotizzava una rivalutazione delle rendite del 15% ed invitavo ad attenzione e prudenza considerati i potenziali risvolti negativi legati alla questione del mercato immobiliare, della tassazione sulle compravendite (come sappiamo calcolate sulla rendita più un incremento del 15%, indipendentemente dal valore concordato tra le parti).
La rivalutazione è portata al 60%, l’aliquota della nuova ICI, la chiamino come vogliono, avrà una base del 4 per mille per la prima casa con franchigia fissa di 200 euro a testa e del 7,6 per mille sulle altre proprietà diverse dalla prima. In più, la facoltà per i Comuni di modificare l’aliquota al ribasso a al rialzo di 3 punti millesimali: quali saranno i Comuni che la abbasseranno è previsione degna di una vincita al lotto, quali quella che la alzeranno una previsione fin troppo facile da fare. Insomma, una mazzata invereconda sulle proprietà.
Una patrimoniale indistinta, profondamente iniqua.
Ancora da chiarire il dilemma che ho sollevato in settimana: se si dovesse avverare, non servirà certo una sfera di cristallo per prevedere crollo del mercato immobiliare e drammi legati ai mutui.
Un piccolo esempio che chiarisce il perché: pensionato, 70 anni, pensione di 1100 euro netti mensili, casa di proprietà al 50% con la persona con cui vive, acquistata con i risparmi di una vita ed un alloggetto come seconda casa, magari ereditato, tenuto con mille sforzi tra le proprie disponibilità per qualche giorno di vacanza al posto di dover rimanere tutto l’anno a casa non avendo i soldi per permettersi le vacanze in un albergo. Risultato? Sei un ricco, torni a pagare qualcosina sulla prima casa e ricevi una mazzata sulla seconda casa. E perdipiù non sei neppure alla soglia di povertà (in quanto titolare di pensione superiore – sai che lusso… - di poco al doppio della minima sociale): quindi ti tolgo l’indicizzazione della pensione.
PENSIONI
E qui mi aggancio alle lacrime del ministro Fornero: perché l’ha dovuta mandare giù ma non la condivide, ne sono convinto. Deindicizzare per due anni le pensioni superiori al doppio del minimo della sociale, equivale a dichiarare una perdita del potere di acquisto dei pensionati almeno pari al 5% nei prossimi due anni.
Di chi è la colpa? Francamente non mi interessa, sul punto però dico che il Premier poteva evitarsela in due modi: identificando la soglia in una cifra più elevata intorno ai 1200- 1300 euro, o provvedendo a colpire con un extra tassazione a regime i titolari di più di un trattamento di pensione.
Diverso il discorso sulla questione dell’entrata in pensione col metodo contributivo per tutti e sull’innalzamento della soglia dell’età pensionabile: ne concordo i principi cardine, credo opportuna una rimodulazione per i casi di prossima applicazione, francamente inaccettabili per chi magari dopo 40 anni di lavori alle spalle si veda mutare tout court le carte in tavola a qualche giorno dal traguardo: ho seri dubbi anche sulla possibile incostituzionalità della norma, da verificare.
FISCO E IMPRESE
Più di un timido cenno di attenzione alle imprese e, per me, la soddisfazione di argomenti (almeno due) su cui punto da tempo: la detassazione del capitale reinvestito nelle aziende dall’imprenditore e la detassazione del costo del lavoro dall’IRAP, peraltro deducibile percentualmente dal reddito d’impresa. Non male come inizio.
Sul fronte dell’evasione accolgo con favore l’ipotesi di agevolazioni alle imprese che adottino strumenti tracciati di pagamento nella propria attività, anche se questi per ora son solo annunci.
Un po’ meno bene giudico la soglia di 1000 euro per la soglia di pagamento con contante, alta per le imprese e bassa per i privati (per i motivi che ripeto da tempo, non sto a prolungarmi).
Assolutamente negativo l’aumento dell’IVA di due punti, previsto dal prossimo settembre: un segnale di resa alla politica attuale rispetto ai tanti tagli ai benefit che mancano, a cominciare di quelli di cui sto per parlare e con cui concludo questa mia breve analisi.
Discorso a parte merita l’extra tassazione dei patrimoni scudati: anche qui ho dubbi di incostituzionalità ma, se i miei dubbi fossero infondati, la percentuale applicata pare inutilmente bassa. Se può essere fatto, va fatto seriamente; così pare un timido segnale per dire: caro amico che hai “scudato”, ti devo colpire ma non ti voglio far male.
Ottimo discorso la pronta ricostituzione dell’Istituto del Commercio Estero: una delle tante bestialità del precedente Governo che vanno a morire, per fortuna.
CITTADINI E RISPARMIO
Qui, c’è una norma che suggerisco di tenere d’occhio, perché subdola e pruriginosa.
La costituzione di un Fondo salvabanche, in cui lo Stato si farebbe garante delle Banche qualora in crisi, a garanzia dei risparmi lì depositati.
Bene? Manco per niente.
Esiste già una norma “salvadepositi”, fino a 103.000 euro per ogni persona fisica e per ogni deposito bancario su singolo Istituto, introdotta da Tremonti.
Che ora si senta il bisogno di rafforzare questa norma con quest’altra, appare cosa difficile da comprendere: occorrono spiegazioni chiare, onde evitare che si possa pensare che il sistema bancario italiano sia malato non solo a seguito della crisi finanziaria internazionale ma anche per incapacità gestionali interne. Il che, sarebbe ben altro dire in termini di gravità. Fuori la verità insomma.
COSA MANCA
1) Innanzitutto un taglio netto e deciso dei benefit dei politici , non alla struttura costituzionale dello Stato come inteso, ma ai benefit veri e propri in capo a chi la politica la esercita: indennità, trasporti, assicurazioni e quant’altro vanno azzerate. Nulla di tutto ciò è stato previsto. Di tagli agli sprechi, per ora, neppure l'ombra;
2) Le rendite finanziarie non sono state toccate, a differenza delle modalità di loro gestione, colpite dall’imposta di bollo indistinta su conti titoli et similia: un altro colpo a tutti, orizzontale, quando un minimo di visione strategica avrebbe permesso di introdurre meccanismi di tassazione articolati e con soglie di esenzioni basse ma capaci di rispettare quel principio di progressività della contribuzione del singolo in base alle proprie disponibilità;
3) E poi il terzo aspetto, che mi permetterà di chiudere con una riflessione del tutto personale; la Chiesa cattolica viene lasciata indenne da qualsiasi gravame fiscale sul territorio del nostro Stato. Tutti i loro beni immobili sono lasciati completamente esenti dall’Ici. Perdipiù il gettito dell’otto per mille ne esce potenzialmente rafforzato dalla rimodulazione fiscale prospettata in capo alle persone fisiche. Professor Monti, se lo lasci dire: pare un’inutile accondiscendenza ai dettati vaticani, da cui avrebbe potuto francamente smarcarsi e prendere le distanze con tutta l’apertura di credito che Le è stata concessa, a cominciare dai due Colli Romani che contano di più.
Eccolo il vero limite che mi pare emerga da questo provvedimento: uno strisciante servilismo alle posizioni di rendita di chi ha permesso che questo Governo prendesse vita, Oltretevere in testa.
Non ci faccia pentire di credere in Lei, Professor Monti. Le lacrime del ministro Fornero se Le ricordi.
E per una volta il voto lo prenda Lei, da noi.
Per me, per ora, è un 6--. Quei voti che tanto piacciono ai prof e mandano in bestia chi li riceve, anche perchè sono “non voti”.
Detta in altre parole: la volontà si vede, ma si applichi più a fondo (quante volte l’avrà detto ai suoi allievi?).
Paolo Briziobello
Inserito da redazione il 29 Novembre, 2011 - 19:18
29 Novembre 2011
Un primo incontro per discutere di proposte democratiche. Partiremo da una casa, proprio come nella scenografia della Leopolda 2011. In via de'Benci a Firenze. Una casa che sarà aperta a tutti. Chi volesse partecipare può segnalarlo a info@officinedemocratiche.org. Si parte dallo schema delle 11 idee per l'Italia del 7 luglio scorso, si attraversa L'Aquila e Bologna e si arriva alle 100 idee per l'Italia enunciate alla Leopolda a Firenze. Si parlerà di:
EUROPA - Ferdinando Gioffre
ECONOMIA - Paolo Briziobello
LAVORO - Guido Ferradini
CULTURA - Caterina Carpinella
Coordineranno la serata Donato Russo, Giuliano Gasparotti, Paolo Briziobello, Guido Ferradini.
Ospite: Giuliano Da Empoli, assessore al comune della Città di Firenze.
25 Novembre 2011
Nell’ampia discussione generale scaturita ad ogni livello mediatico dall’insediamento del governo Monti, ho sempre ritenuto che aldilà di ipotesi e congetture occorra attendere i fatti posti in essere dal Governo, e su quelli esprimersi.
Regola generale, che ritengo sempre valida, ma che mai come in un momento come questo mi sento di dover rilanciare e rispettare.
Sino ad oggi, l’unico atto concreto del Governo Monti è consistito l’altro ieri nella pubblicazione del decreto con cui si riduce del 17% (dal 99% all’82%) la misura dell’acconto IRPEF, quindi per le sole persone fisiche, dovuto per i redditi dell’annualità in corso.
Tale misura di riduzione è peraltro prevista anche per le prossime due annualità.
Per completezza, tale ipotesi era già prevista nel DL stabilità del precedente esecutivo, ma non posta in essere.
Da un punto di vista strettamente tecnico, si tratta di un sistema di spostamento in avanti (da novembre 2011 al giugno-luglio 2012) del pagamento di una imposta comunque dovuta, ovviamente conseguenza di una previsione di reddito almeno pari rispetto all’annualità precedente.
Ma è proprio quest’ultimo aspetto, legato alla previsione reddituale per il 2011 che ritengo degno di un approfondimento e che fa propendere per una lettura più articolata che non la semplice lettura tecnica di cui sopra.
Per due motivi, tra loro conseguenti, che espongo brevemente:
1) La congiuntura economica attuale. Chi fa il mio mestiere, ma non solo, sa bene che i dati reddituali di imprenditori, autonomi, professionisti, artigiani e commercianti sono perlopiù in calo rispetto al recente passato.
E ciò è maggiormente accentuato dal numero sempre più elevato negli ultimi anni di contribuenti che non rientrano nei criteri di congruità e coerenza previsti dagli studi di settore, ancorché al netto dei coefficienti correttivi per la crisi inseriti negli ultimi due anni 2009 e 2010.
Contribuenti, questi ultimi, che in larga misura non hanno provveduto ad adeguare il proprio reddito di lavoro agli studi di settore in virtù di una crisi effettiva, tangibile e conseguentemente dimostrabile in ipotesi di eventuale contenzioso con l’Amministrazione Finanziaria.
2) Tali informazioni generali sono riscontrabili anche dall’Amministrazione Finanziaria per mezzo del monitoraggio del gettito fiscale di questi contribuenti. La naturale conseguenza è che la previsione di riduzione del 17% dell’imposta principale, ancorché tecnicamente uno slittamento come dicevo sopra, ha la ragionevole certezza per una larga fetta dei medesimi contribuenti di tradursi in una minore imposta effettivamente dovuta, per l’effetto della ulteriore riduzione del reddito di lavoro che si genererà nel corrente anno concretizzandosi con la prossima dichiarazione dei redditi.
La previsione quindi di ridurre il carico fiscale presunto, nell’ipotesi come esposta, comporta di fatto un anticipato concretizzarsi del risparmio fiscale in capo ai contribuenti, che potranno pertanto destinare tali risorse, da subito, su altri fronti della propria vita o professione: il tutto potenzialmente generatore di crescita dei consumi interni, nel breve periodo.
Fattore quest’ultimo che andrebbe salutato come vero effetto positivo di questo provvedimento.
Paolo Briziobello
COMUNICATO STAMPA
"L'uscita di scena (a scadenza) di Berlusconi non rimuove la crisi economico-finanziaria che richiede, per essere risolta, una nuova classe dirigente credibile.
Vediamo una gran fretta nel richiedere le elezioni: è l'ultimo colpo di coda per evitare l'adozione di misure necessarie chieste dall'Europa, da una parte, e per evitare, dall'altra, sia il Referendum sulla legge elettorale sia le Primarie per la selezione dei futuri candidati Premier e parlamentari" dichiarano Giuliano Gasparotti, Presidente del thinktank Officine Democratiche e Guido Ferradini e Paolo Briziobello, Coordinatori di Officine che concludono:
"Gli italiani l'hanno capito benissimo: non è un caso che tutti i sondaggi diano la vittoria delle forze di centrosinistra con l'incapacità di governare il Paese subito dopo.
Con questa legge elettorale le elezioni non serviranno a cambiare il quadro: avremo un nuovo Parlamento di nominati dalle segreterie dei partiti che, non a caso, si affrettano, tutte, a destra come a sinistra, a dichiarare che non c'è più tempo. Peccato che il Paese senza rappresentanti credibili continuerà ad affondare.
E saremo punto e daccapo. Quando si dice il male oscuro dell'Italia...".
Firenze – Torino, 9 Novembre 2011
Info:
Giuliano Gasparotti – Firenze - 3401551580
Guido Ferradini – Firenze - 3356924315
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Inserito da Paolo BRIZIOBELLO il 17 Ottobre, 2011 - 15:49
 COMUNICATO STAMPA
OFFICINE DEMOCRATICHE – PRESENTATO ALLA CAMERA IL VOLUME
“11 IDEE PER L’ITALIA”
"E' stato significativo essere in Parlamento nel giorno in cui il Governo ha richiesto l'ennesima fiducia, poi conquistata con lauta distribuzione di poltrone e mentre le opposizioni lasciavano l'Aula. Officine Democratiche parlano di come salvare il Paese con 11 idee, per riprendere la metafora calcistica, comunicate con un libro che inizieremo a presentare a partire da Firenze, e poi Torino e Palermo ed altre città d'Italia in cui stanno nascendo le Officine" dichiarano Giuliano Gasparotti, giurista, Presidente di Officine Democratiche, insieme a Guido Ferradini, avvocato e Paolo Briziobello, commercialista, ambedue coordinatori di Officine Democratiche.
“Rappresentiamo la voglia di proporre novità con idee e contenuti, lontani da sterili polemiche. Prova ne è che Officine Democratiche si sta rapidamente espandendo in giro per l’Italia ed anche ben al fuori dei confini di partito, tra la gente come noi, che lavora, produce e chiede segnali eloquenti di cambiamento nei propri rappresentanti. La grande manifestazione del 7 Luglio scorso a Firenze che ha originato questo volume ne è la chiara dimostrazione” dichiara Paolo Briziobello, commercialista di Torino.
"La violenza degli scontri ed il disagio manifestato nella giornata di sabato, parlano di un'Italia che ha bisogno di cambiare per davvero. Officine Democratiche nascono per rinnovare metodi, persone ed idee di una politica democratica che ancora fatica ad imporsi. L'immagine del 'barcone che affonda' che abbiamo regalato al Paese e' purtroppo sempre più d'attualità. Il libro testimonia, inoltre, come sia possibile una svolta nel linguaggio e nella comunicazione di un messaggio di innovazione. Svolta necessaria e che ancora nel PD, oggi, non c'è", concludono i tre promotori dell’iniziativa.
Firenze – Torino – Roma, 17 Ottobre 2011
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Inserito da Paolo BRIZIOBELLO il 10 Ottobre, 2011 - 14:38
 COMUNICATO STAMPA
GIOVEDI' 13 OTTOBRE 2011 ORE 11,30, SALA DELLE CONFERENZE STAMPA DI MONTECITORIO, ROMA.
PRESENTAZIONE VOLUME "PAOLA I - UNDICI IDEE PER L'ITALIA"
"Regaliamo al Paese un'immagine, il relitto di un barcone rovesciato in mezzo ad undici schermi al led: l'Italia che rischia di affondare a confronto con le immagini ed i contenuti del Paese che vorremmo". Così Giuliano Gasparotti e Guido Ferradini, rispettivamente Presidente e Coordinatore di OFFICINE DEMOCRATICHE, ed il critico d'arte Sergio Risaliti direttore dell'Officina Cultura.
OFFICINE DEMOCRATICHE, il thinktank del PD fiorentino costituitosi circa un anno fa e rapidamente espanso in molte città italiane al punto da allargarsi al di fuori dei confini di partito, dà seguito alla straordinaria iniziativa del 7 Luglio scorso in Piazza Santa Maria Novella a Firenze, crocevia di diversità e tempio dell'umanesimo scelta non a caso per i suoi riferimenti artistici.
Un'idea che ha tratto spunto dalla risposta che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano diede, qualche tempo fa, alla lettera scritta da Claudio Magris su questo Paese che rischia di permearsi di indifferenza verso l'altro.
Il volume, che sarà presentato in anteprima presso La Sala delle Conferenze Stampa di Montecitorio, Roma, giovedì 13 ottobre alle ore 11,30, raccoglie le immagini ed i contributi degli undici "campioni" (per riprendere la metafora anche calcistica) presenti a quella serata: insieme alle Officine, Anna Paola Concia - parlamentare PD -, Ivan Scalfarotto - vicepresidente nazionale PD -, oltre a Paolo Briziobello, Irene Tenagli, Mila Spicola, Renato Palma, Riccardo Del Punta, Andrea Di Benedetto, Giorgio Del Ghingaro, Federico Gelli.
"Proponiamo un fronte degli innovatori, fatto di contenuti e concretezza, per superare i recinti tradizionali della politica italiana.
Economia, lavoro, diritti civili, rinnovamento, istruzione, questione morale. Questi alcuni dei temi, affrontati in maniera pragmatica per rispondere al populismo e restituire dignità alle nostre Istituzioni, con la forza delle idee, della solidità di un progetto e credibilità di persone che consentano di risanare la frattura che in questi ultimi anni in particolare si è realizzata tra la società e la politica", dichiarano Guido Ferradini, avvocato, Giuliano Gasparotti, giurista, insieme a Paolo Briziobello, commercialista torinese fondatore della rete "PRESENTEèFUTURO" che ha aderito al progetto OFFICINE DEMOCRATICHE.
Alla presentazione del volume giovedì a Montecitorio saranno presenti Guido Ferradini, Giuliano Gasparotti, Ivan Scalfarotto, Anna Paola Concia, Paolo Briziobello, insieme ad altri amici di OFFICINE DEMOCRATICHE.
Firenze - Torino - Roma, 10 Ottobre 2011
30 Agosto 2011
E meno male che questo agosto sta finendo.
Non me ne ricordo di estati così assurde e deliranti da almeno trent'anni a questa parte, roba da manuale di psicanalisi.
Ecco, torniamo a poco meno di trent'anni fa (almeno per me), ognuno di voi torni per un attimo con la mente al suo esame di maturità e provi a riflettere su quanto sto per dire.
Siamo all'esame di maturità e svolgiamo il compito scritto: ci danno il tema e noi da bravi studenti lo svolgiamo, chi meglio, chi peggio, chi in modo svogliato chi con impegno.
Poi, su quella stessa materia, ci troviamo all'esame orale, qualche giorno dopo. Cosa abbiamo fatto? Motivato i nostri argomenti, magari corretto alcuni pensieri. Comunque, di certo, non abbiamo inventato una nuova traccia, un nuovo elaborato.
Insomma, a modo nostro, abbiamo tutti cercato di essere coerenti, MATURI, appunto.
Ecco, ora torniamo ai giorni nostri e proviamo a leggere la neurodeliri uscita dalle sale del consiglio dei ministri in soli venti giorni agostani dell'anno 2011.
Prima (manovra di ferragosto): aboliamo qualche provincia, accorpiamo i comuni piccoli, tagliamo le pensioni, introduciamo un contributo di solidarietà per i redditi alti e medio-alti, valutiamo una sorta di tassazione dei grandi patrimoni privati, riformiamo la repubblica parlamentare.
Poi (vertice di ieri): aboliamo tutte le province, non accorpiamo i piccoli comuni, non tagliamo le pensioni ma tagliamo i diritti acquisiti e pagati per maturarne il diritto, eliminiamo l'idea di tasse sulla solidarietà e imposte sui grandi patrimoni, continuiamo ad immaginare una riforma costituzionale per arrivare ad una riforma della repubblica parlamentare.
Mi domando: ma per chi ci hanno presi?
Ecco, se questa è una prova di maturità, quella che ci vogliono far credere ci sta chiedendo l'Europa per non farci andare a picco, mi pare proprio che non ci siamo.
Che senso ha calcolare la pensione sui soli anni di lavoro effettivo, così togliendo il diritto al riscatto degli anni di laurea e del servizio militare (OBBLIGATORIO, fino a qualche anno fa)?
Che senso ha continuare a mantenere impuniti gli evasori fiscali con patrimoni esportati all'estero e poi rimpatriati con aliquote ridicole?
Che senso ha parlare di riduzione del numero di parlamentari senza prima prevedere una riforma della legge elettorale?
Tanto per dirne alcune, insomma.
Non se ne può davvero più di manovre e piroette, riprendiamoci l'Italia.
Paolo Briziobello
1 Agosto 2011
Un GOLPE in piena regola. Uno scandalo in cui etica ed economia vanno a braccetto. Piena solidarietà a Gianfranco Arnoletti, colonna portante in Italia delle adozioni internazionali e della cooperazione, per la sua giusta battaglia di legalità che non è certo conclusa.
Cosa ne pensa il PD dell'etica e della morale di questi "nuovi" e parrebbe incompetenti dirigenti di questa prestigiosa Onlus, che sono anche suoi storici iscritti?
E tu, Sindaco Fassino, che dici di tutto ciò?
Qui l'articolo pubblicato sabato su LA STAMPA
Paolo Briziobello
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